Edoardo Siravo un formidabile “Avaro” di Plauto

Roma. “Tanto paga Miraglione!” Con questa esclamazione che condensa il vizio di sfruttare e speculare sempre a danno altrui e che sembra tratta da un momento della nostra vita quotidiana, domenica 26 marzo si è conclusa al Teatro Ghione di Roma, con grande successo di pubblico, l’ultima replica de “L’Avaro” di Plauto.

Occorre subito mettere in evidenza la magistrale interpretazione di Edoardo Siravo nel ruolo protagonista dell’avaro cui è attribuito, appunto, il nome “parlante” di Cacastecchi, vale a dire spilorcio, taccagno: sin dalle prime battute della “fabula” plautina emerge l’ossessione per la pentola che contiene il tesoro dello stesso Cacastecchi, l’oro che è elemento cruciale della sua maniacale e inquietante avarizia: avarizia che sembra una parola espulsa dal linguaggio comune, rimasta solo nel vecchio linguaggio morale che condanna ogni eccesso, ogni dismisura. Ma, a ben vedere, l’avidità di cui il commediografo latino Tito Maccio Plauto ci parla all’inizio del II secolo a.C., è ancora profondamente presente e radicata nel nostro tessuto sociale e civile e possiamo affermare che l’umanità, oggi, non ha ancora imparato a fronteggiare “questo male terribile che imperversa tra gli uomini e li rimbambisce tutti”.

Bravissimi tutti gli attori: Stefania MasalaGabriella CasaliMartino D’AmicoEnzo D’ArcoLucio Ciotola, Francesco Maccarinelli. Gradevolissime le musiche di Francesco Verdinelli, belle le scene di Lisa De Benedittis, piacevoli e giusti i costumi di Ilaria Carannante e Daniele Gelsi, appropriata la regia di Nando Sessa.

Come già succedeva al tempo della commedia latina del III e II sec. a.C., gli attori hanno interagito con il pubblico che, incalzato da dialoghi briosi e battute spumeggianti, non ha avuto neanche un attimo di tempo per annoiarsi. Anzi, oltre al divertimento della commedia stessa, la struttura in un unico atto, senza intervallo, ha lasciato lo spettatore immerso nella nostalgia, quasi nel rammarico di una rappresentazione che avrebbe desiderato si prolungasse ancora un po’.

Il finale della commedia che ci è pervenuta mutila, è stato scritto egregiamente da Michele Di Martino che è traduttore ed elaboratore dell’adattamento dell’opera: la soluzione della vicenda, con il furto dell’oro macchinato dal servo, qui ben interpretato da Martino D’Amico, arriva quasi all’improvviso: l’avaro Cacastecchi sembra redimersi dalla sua avarizia, accettando di “separarsi” e perdere il suo tesoro; per risolvere lo scandalo della figlia messa incinta dal giovane Stellone, egli propone di concedere la libertà al servo e dare in dote la pentola d’oro. Una redenzione che ci pare, dunque,  un po’ ironica e non definitiva, pur nell’ammissione finale in cui l’avaro proclama che “senza il suo tesoro, si sente, per la prima volta, libero e felice!”

Di rilievo è la contaminazione linguistica, oltre quella drammaturgica, realizzata da Michele Di Martino: i dialoghi in parte in italiano ed in parte in latino sono gustosi e leggeri: un felice impasto linguistico talmente ben riuscito, che non si avverte mai il passaggio da una lingua all’altra, come quando Cacastecchi esclama: “Sono finito, rovinato! Aurum mihi harpagatum est! Harpagatum, dixi: ho detto che m’hanno arraffato, sì, mi hanno rubato l’oro!”.

Ci ha detto, tra l’altro, Martino D’Amico: “L’uomo moderno non è cambiato molto ed  il latino non è una lingua vecchia, anzi:  sarebbe necessario riflettere sulle nostre radici e  tradizioni e sostenere questa identità culturale straordinaria attraverso lo studio e l’approfondimento di alcuni autori tra i quali possiamo annoverare lo stesso  Plauto“.

Per quanto concerne la “contaminazione della contaminazione” messa in scena,  lo stesso Michele Di Martino ci ha spiegato: “Plauto traduceva liberamente una commedia  greca presa a modello, utilizzando spesso anche scene di altre commedie: nel solco di questa scelta drammaturgica, anche io ho voluto realizzare una “contaminazione”, inserendo alcuni dialoghi e  frasi di altre commedie plautine, anche  per meglio celebrare la grandezza di tutta l’opera del genio di Sarsina “.

Infine, abbiamo chiesto ad Edoardo Siravo che senso e che valore abbia oggi la rappresentazione di una commedia di Plauto; ci ha risposto:  “Plauto è un grandissimo autore comico ed il suo teatro ha qualità e doti superiori a quelle che gli si riconoscono normalmente; rinato in età umanistica ed ampiamente imitato e saccheggiato,  dal Cinquecento in poi, da grandi autori come Ariosto, Moliere, Calderon, Shakespeare, fu ampiamente sottovalutato nel’Ottocento e solo nella seconda metà del Novecento è tornato a godere di un apprezzamento filologico e letterario; ma molto spesso, negli ultimi anni, per una distorta convenzione, soprattutto da parte dei teatranti, la sua “sensuale” scrittura drammaturgica è vittima di una inappropriata, superficiale e volgare rappresentazione scenica“. (g.r)