Roma. Una fatalità. La morte di Francesco è stata una fatalità. Questo il senso dell’ordinanza del gip di Roma che ha archiviato l’inchiesta sul decesso del bimbo di 3 anni soffocato da un hot-dog mentre era con la mamma al ristorante Ikea di un centro commerciale a nord di Roma. Il personale dell’azienda, stando a quanto scrive il giudice, ha agito correttamente e quindi non ci sono motivi per procedere. Una decisione che ha lasciato senza parole la famiglia del piccolo, con mamma Alessia che non riesce a darsi pace. “Vogliamo giustizia – dice con le lacrime agli occhi -. Non possono chiudere un’inchiesta senza neanche aver sentito le persone che hanno avuto un ruolo chiave in questa vicenda”. Un percorso giudiziario che, secondo la famiglia, “presenta numerose lacune e punti oscuri ancora da chiarire”. Il cuore di Francesco ha smesso di battere il 17 marzo scorso, dopo cinque giorni di agonia al Gemelli. Il bimbo era stato portato al policlinico dopo essere rimasto soffocato da un pezzo di wurstel che stava mangiando al ristorante Ikea della galleria commerciale “Porta di Roma”. Sono stati minuti di terrore, con la mamma che ha prima provato a farlo respirare e poi ha chiesto aiuto a chiunque si trovasse nei paraggi. I soccorsi arrivarono solo dopo, non senza problemi a raggiungere il bistrot, tra corridoi e scale mobili. La famiglia ha sempre riferito non solo di un “colpevole ritarfrancesco_soffocato_ikea_funerali_645do” del 118, ma soprattutto dell'”assenza del personale medico all’Ikea”. Tanto che presentò denuncia per omissione di soccorso. Ieri la notizia dell’archiviazione ha fatto ripiombare i genitori nel dolore di sette mesi fa. “Avevamo chiesto di ascoltare 8 testimoni – racconta mamma Alessia -, ma invece ne è stato sentito solo uno. Mentre quelli di Ikea, quattro, sono stati sentiti tutti”. I genitori di Francesco hanno tante domande alle quali, temono di non poter ricevere più una risposta. “Perché non è stato ascoltato nessuno del 118? Perché hanno visionato le immagini solo di una telecamera, quando nel ristorante ce ne sono altre? – si chiedono – Abbiamo anche portato in procura tutti i documenti che attestano che i corsi per la sicurezza ad Ikea non venivano fatti da quattro anni, quando è successa la tragedia. Si sono ricordati solo dopo di farli. Il giudice scrive che il nostro testimone avrebbe confermato l’intervento del personale Ikea, quando a noi ha sempre detto il contrario”. Insomma, papà Lorenzo e mamma Alessia alla “fatalità” proprio non vogliono arrendersi.