Roma. Federico Leonelli, l’uomo che ha ucciso decapitandola una donna ucraina domenica scorsa a Roma, è morto dopo essere stato colpito da più di un colpo di pistola al torace. E’ quanto emerge dall’autopsia svoltasi all’istituto di medicina legale del policlinico di Tor Vergata. Domani sarà effettuato l’esame autoptico sul corpo della donna. Laura, sorella di Leonelli, rivolge a “tutte le persone coinvolte nelle circostanze della morte” del fratello “dove avessero sbagliato, i sensi del mio perdono e della mia famiglia. Possa Dio aiutarci tutti”. La donna ha detto di provare “sconcerto, imbarazzo e pena” per il fratello. “L’unico sostegno, in questo tragico momento – ha aggiunto Laura Leonelli – è per me la misericordia di Dio Padre, alla quale affido umilmente mio fratello, la sua povera vittima, i suoi familiari e tutte le persone coinvolte nelle circostanze della morte stessa di Federico”.

Laura Leonelli, sorella di Federico, il 35enne che domenica ha decapitato una colf ucraina prima di essere, a sua volta, ucciso dalla polizia, accompagnata dall’avvocato Pina Tenga, si è recata oggi dal pm titolare dell’inchiesta per sollecitare anche una perizia balistica ed, in sede di autopsia sul fratello, l’esame tossicologico. Federico Leonelli sembra abusasse di quaalude, la droga di Wall Street, era un paziente psichiatrico fuori controllo: rifiutava di sottoporsi ai trattamenti in clinica, non seguiva le raccomandazioni del medico curante, abusava dei farmaci prescritti. Il quaalude è un potente anti-depressivo con effetti allucinogeni, molto diffuso negli anni 80. Gli esami tossicologici stabiliranno in che misura Leonelli ne fosse intossicato e se l’abbia accompagnata da altre sostanze.”Le informazioni riguardanti mio fratello – ha concluso – che possano aiutare a svelare la dinamica di questo spaventoso fatto le riferirò come dovuto solo agli organi competenti”.

”Abbiamo sparato quando si è lanciato contro di noi, col coltello in pugno. Ci voleva un attimo a raggiungerci. Nessuno di noi due aveva mai fatto fuoco prima d’ora, se non al poligono in allenamento. Michele è anche tiratore sportivo e chiedergli perché mai non abbia mirato alle gambe è superfluo: a due metri di distanza, con la paura di essere uccisi e l’adrenalina a mille non si mira: si spara al bersaglio grosso e basta. Per salvarsi o per salvare altre vite”. Così, in un’intervista a Repubblica,Danilo e Michele, i due poliziotti che hanno fatto fuoco contro Federico Lionelli, l’uomo che ha decapitato la colf in una villetta romana. ”Era in piedi, nel buio, e rantolava. La donna era già morta ma lui imitava i suoi gemiti. Aveva un coltellaccio in mano, i capelli lunghi, un paio di occhiali protettivi sul viso. Faceva paura, alto quasi due metri, robusto, lordo di sangue. Il nostro primo pensiero è stato per il pompiere che, in quel momento, stava forzando la porta. Era chiarissimo che Leonelli si preparavimagea a uccidere chiunque fosse entrato in quella stanza”, raccontano i due poliziotti. Quando la porta si è aperta ”abbiamo urlato al pompiere: via, via, scappa. L’uomo si è avventato contro il pompiere e ha cercato di pugnalarlo. Poi, fulmineamente, è uscito in giardino. C’erano altri vigili, medici, barellieri. Abbiamo gridato a tutti di allontanarsi. Lui si è messo di spalle a un’auto parcheggiata poco distante”, proseguono i poliziotti. ”Urlava: andate via, lasciatemi andare. Siamo avanzati con le armi in pugno fino a quando non c’era nessuno sulla linea di tiro. Abbiamo gridato: butta il coltello, butta il coltello. Un nostro collega si è avvicinato di lato e l’ha colpito col manganello, tentando di disarmarlo. Lui non ha neanche avvertito i colpi”.

“Non ho mai visto una cosa del genere, sono rimasto impressionato dallo strazio subito dalla donna ucraina. Un’atrocità che sorprende anche chi come me ha fatto molte autopsie di vittime di armi bianche”. Ad affermarlo è Giovanni Arcudi, direttore della medicina legale dell’Università Tor Vergata incaricato per effettuare le autospie sul corpo di Leonelli e della donna ucraina, Oksana Mortseniuk, uccisa e decapitata domenica scorsa nella villetta del quartiere Eur di Roma.

Un raptus provocato dal timore di possibili conseguenze legate alla scoperta del possesso di coltelli, come quelli per la pesca subacquea. Potrebbe essere questo il movente. Le indagini, condotte dalla squadra mobile e coordinate dalla procura di Roma, vogliono far luce sull’intera vicenda: molti interrogativi aperti sulla dinamica dell’omicidio della Martseniuk e su quella della successiva morte di Leonelli saranno svelati dalle autopsie, in programma a Tor Vergata. In particolare, i medici legali dovranno accertare se la donna fosse ancora viva quando è stata decapita. Gli inquirenti dovranno inoltre valutare la posizione degli agenti che hanno sparato a Leonelli. Questi è stato colpito da almeno un proiettile al cuore mentre tentava la fuga e non prima di essersi fatto largo, con i vigili del fuoco e con i poliziotti, brandendo una grosso coltello, tipo mannaia. Al riguardo oggi la Questura, con una nota, è intervenuta sulla vicenda precisando, tra l’altro, che gli agenti intervenuti sulla scena dell’orribile delitto sono stati “costretti ad esplodere colpi d’arma da fuoco nei confronti del 35enne per difendersi dai fendenti a loro indirizzati”. A far luce su quanto accaduto contribuirà anche la perizia balistica. Al momento è indagato solo il killer, per motivi tecnici legati all’attività investigativa. Inquirenti ed investigatori, circa il movente dell’omicidio della colf ucraina, continuano a non tralasciare nessuna pista, a cominciare da quella del tentativo di stupro, ma un sms inviato sabato scorso dalla donna al suo datore di lavoro con la segnalazione del maneggio di lame da parte di Leonelli ha colpito l’attenzione di chi indaga.

E l’oggetto dell’sms è stato uno dei temi affrontati dal proprietario della villa, con gli investigatori. A questi avrebbe, tra l’altro, detto: “Non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, non avevo sospetti su di lui quando l’ho ospitato e lasciato da solo in casa mia”. La follia omicida potrebbe essere stata innescata anche dalla paura di essere mandato via da quella villa che lo ospitava da due mesi dopo la scoperta del piccolo arsenale di coltelli che aveva, e che probabilmente – secondo quanto gli inquirenti stanno verificando in queste ore – l’uomo avrebbe acquistato, insieme ad abbigliamento militare, su un sito Internet israeliano. Il 35enne sembra avesse problemi a restare nella sua casa al quartiere Ostiense, dove viveva con la madre anziana e gravemente malata. Soprattutto da quando due anni fa era morta per una malattia la sua compagna. Da allora, dice chi conosce il figlio di un ex militare alto in grado, era caduto in una sorta di depressione. Gli investigatori hanno accertato che l’aggressione della badante è cominciata fuori dalla villa di via Birmania, all’Eur davanti all’ingresso della taverna. La circostanza, emersa dopo il ritrovamento di una chiazza di sangue davanti alla porta che immette nel locale, sembrerebbe non avvalorare per chi indaga, l’ipotesi del tentato stupro. All’esame degli investigatori anche i tabulati telefonici dei due morti per far luce sui loro ultimi contatti. Al momento non risulta fossero legati sentimentalmente. Il giallo resta.